News SA 43 2016

RobertaCuliersi 303 views 14 slides Oct 23, 2016
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About This Presentation

Il Notiziario Mamò con le principali novità in materia di Sicurezza Alimentare. Per Aziende e Consumatori Intelligenti.


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News 43/SA/2016
Lunedì, 24 Ottobre 2016
Sistema di Allerta Rapido europeo per Alimenti e Mangimi Pesticidi
Nella settimana n.43 del 2016 le segnalazioni diffuse dal Sistema rapido di allerta
europeo per alimenti e mangimi (Rasff) sono state 51 (6 quelle inviate dal Ministero
della salute italiano).
Tra i lotti respinti alla frontiera si segnalano: notificato dall’Italia per cromo e
migrazione di manganese da friggitrice, cesto di frutta, piano diffusione in acciaio
proveniente dalla Cina; notificato dall’Olanda per aflatossine in pistacchi
provenienti dalla Turchia; notificato dalla Grecia per certificato sanitario improprio
per pistacchi provenienti dalla Turchia e per conta troppo alta di solfiti in albicocche
secche provenienti dalla Turchia; notificato dalla Svezia per aflatossine in
peperoncino tritato proveniente dall’India; notificato da Malta per certificato
sanitario improprio per fichi secchi provenienti dalla Turchia; notificato dal Regno
Unito per aflatossine in arachidi alla rinfusa provenienti dagli Stati Uniti.
Allerta notificata dall’Italia per: mercurio in lombi di pesce spada congelati (Xiphias
gladius) provenienti dal Portogallo.
Allerta notificati: notificato dal Regno Unito per benzo(a)pirene and idrocarburi
policiclici aromatici in pangash secca proveniente dalla Tailandia; notificato dalla
Croazia per focolaio di origine alimentare sospetto (Salmonella enteritidis) di essere
causato da uova di gallina provenienti dalla Polonia; notificato dal Belgio per
Salmonella typhimurium monophasic in carne di tacchino refrigerata proveniente
dalla Polonia; notificato dalla Svizzera per glicole monoetilenico in vino rosso
proveniente dall’Italia; notificato dalla Germania per ocratossina in succo d’uva
proveniente dalla Turchia e per corpo estraneo (pezzo di metallo) in rotolo di carne
per cani proveniente dalla Svizzera; notificato dalla Lituania per Salmonella Derby in
carne di maiale msm congelata proveniente dalla Germania.
Nella lista delle informative troviamo notificate: notificata dall’Italia per fichi secchi
provenienti dalla Turchia infestati da larve of insetti e per Salmonella in proteine

animali trasformate cat 3 provenienti dalla Polonia; dall’Italia per funghi misti
congelati provenienti dall’ Italia infestati da larve di insetti; notificata dall’Olanda
per dimetoato in mango proveniente dal Brasile; notificata dalla Romania per
ocratossina A in uva passa proveniente dalla Turchia; notificata dalla Polonia per
sostanza non autorizzata propargite in pesche provenienti dalla Grecia.
Fonte: rasff.eu
Frutta e verdura nell’UE: in Italia solo 11,9% consuma le cinque porzioni consigliate al
giorno. Pubblicate le statistiche di Eurostat.
Poco più di un terzo degli europei sopra i 15 anni (34,4%) non mangia
quotidianamente frutta e verdura, mentre solo una persona su sette (14,1%)
consuma le cinque porzioni quotidiane, pari a circa 400 grammi, raccomandate
dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e consigliate dalla campagna
europea 5 al giorno. È quanto risulta da un rapporto di Eurostat, l’Ufficio di statistica
dell’Unione europea, sulla base di rilevazioni effettuate nel 2014.
Le percentuali del consumo di frutta e verdura (escluse le patate e altri tuberi
amidacei) variano notevolmente da Paese a Paese. A guidare la classifica di chi
non ne mangia quotidianamente è la Romania (65,1%), seguita da Bulgaria (58,6%),
Lettonia (48,5%), Slovacchia (46,6%), Repubblica Ceca (46,3%), Paesi Bassi (45,9%) e
Germania (45,2%). Il Belgio è il paese con il minor numero di persone (16,5%).
Al contrario la classifica di chi consuma almeno cinque porzioni al giorno vede n
testa il Regno Unito (33,1%), seguito da Danimarca (25,9%) e Paesi Bassi (25%). In
Italia, la percentuale di chi non consuma regolarmente frutta e verdura è del 23%,
mentre il 65,2% oscilla da una a quattro e l’11,9% almeno cinque porzioni.
In alcuni Paesi, come il Regno Unito, il consumo di frutta e verdura più elevato risulta
fortemente correlato al maggior livello di istruzione, con differenze sino a quasi 16
punti percentuali tra i laureati e i soggetti senza titoli di studio. In Italia questa
differenza è meno marcata (4,2%).
Al contrario la classifica di chi consuma almeno cinque porzioni al giorno vede n
testa il Regno Unito (33,1%), seguito da Danimarca (25,9%) e Paesi Bassi (25%). In
Italia, la percentuale di chi non consuma regolarmente frutta e verdura è del 23%,
mentre il 65,2% oscilla da una a quattro e l’11,9% almeno cinque porzioni.

In alcuni Paesi, come il Regno Unito, il consumo di frutta e verdura più elevato risulta
fortemente correlato al maggior livello di istruzione, con differenze sino a quasi 16
punti percentuali tra i laureati e i soggetti senza titoli di studio. In Italia questa
differenza è meno marcata (4,2%). (Articolo di Beniamino Bonardi)
Fonte: www.ilfattoalimentare.it
Latte e formaggi, arriva l’etichetta di origine, l’avvocato Dario Dongo spiega le
novità dei prodotti lattiero-caseari “Made in Italy”.
Dopo il via libera di Bruxelles, si appresta a entrare in vigore il decreto italiano
sull’origine del latte, che avrà impatto non solo sulle confezioni di latte ma anche sui
derivati. Ricapitoliamo il contenuto delle nuove norme e i tempi per
l’aggiornamento delle informazioni sulle etichette, in linea con il regolamento (UE) n.
1169/11 (vedi ebook L’Etichetta) e le ulteriori previsioni in esame.
L’indicazione di origine viene prescritta per tutti i tipi di latte – “vaccino, bufalino,
ovo-caprino, d’asina e di altra origine animale” (fresco, UHT e sterilizzato) – e sulle
etichette dei prodotti lattiero-caseari “preimballati”. Balza subito agli occhi
un’ingiustificata deroga a favore dei formaggi sfusi e preincartati(*) i quali, pur
rappresentando una quota di mercato significativa, potranno occultare l’origine del
latte, oltre a quella dello stabilimento di produzione.
Le norme in ogni caso si applicano ai soli prodotti “Made in Italy” (1) e destinati alla
vendita sul mercato italiano, non al latte o ai formaggi importati dall’estero
(oltreché nello Spazio Economico Europeo e in Turchia) in conformità alle regole
comuni che non prevedono questo obbligo. Sono esclusi anche gli alimenti
biologici, DOP, IGP e STG, poiché per questi gruppi esiste un regime di tracciabilità,
informazione e certificazione (2).
La lista dei prodotti prodotti lattiero-caseari preimballati sottoposti all’obbligo
dell’origine comprende: latte e creme di latte (concentrate e non, con o senza
aggiunta di zucchero e/o edulcoranti); latticello, latte e crema coagulata, kefir e
altri tipi di latte e creme fermentate o acidificate, sia concentrate che addizionate
di zucchero o edulcoranti aromatizzate o con l’aggiunta di frutta o cacao; siero di
latte, anche concentrato o addizionato di zucchero o altri edulcoranti; prodotti
costituiti di componenti naturali del latte, anche addizionati di zucchero o altri
edulcoranti, non nominati né compresi altrove; burro e altre materie grasse

provenienti dal latte; creme lattiere spalmabili; formaggi, latticini e, ‘dulcis in fundo’,
le famigerate cagliate oggetto di annose polemiche (3).
Le nuove etichette dovranno comunicare l’origine riferendo il Paese di mungitura e
quello di condizionamento (o trasformazione) del latte. Se queste operazioni
vengono realizzate in un unico territorio nazionale, si può impiegare la dicitura
“origine del latte“, seguita dal nome del Paese. Viceversa, nel caso in cui la
raccolta e la lavorazione siano realizzate in più Paesi, si potranno usare le espressioni
“miscela di latte di Paesi UE” (o “non UE“) o “latte condizionato o trasformato in
Paesi UE” (o “non UE“). Le notizie vanno riportate in etichetta con caratteri “indelebili
in modo da essere visibili e facilmente leggibili. Le diciture non devono essere
“nascoste, oscurate, limitate o separate da altre indicazioni scritte o grafiche o da
altri elementi suscettibili di interferire“. In assenza di prescrizioni sul campo visivo, gli
operatori sono liberi di scegliere su quale parte dell’etichetta posizionare le scritte.
L’entrata in vigore del decreto interministeriale è prevista 90 giorni dopo la
pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che seguirà alla sua approvazione da parte
della Conferenza Stato-Regioni (convocata con urgenza per il 20.10.16). Poi ci sarà il
vaglio delle competenti commissioni parlamentari. É stabilito un periodo transitorio
per i prodotti “portati a stagionatura, immessi sul mercato o etichettati” prima
dell’applicazione, i quali potranno venire commercializzati fino a esaurimento scorte
e comunque non oltre i 180 giorni dalla vigenza del decreto. Le sanzioni dovrebbero
essere quelle già previste nella legge 4/2011, sebbene la loro legittimità
costituzionale meriti alcune ulteriori verifiche. (Articolo di Dario Dongo)
Note
(1) Ai sensi del regolamento (UE) n. 1169/11 e del Codice doganale comune ivi richiamato, laddove
un alimento sia stato realizzato in più Paesi, la sua origine é da intendersi nel luogo ove é avvenuta
l’ultima trasformazione sostanziale
(2) Si cita a esempio l’unico formaggio italiano IGP, il canestrato di Moliterno, che deve venire
prodotto a partire da latti ovino e caprino provenienti dalle aree precisamente circoscritte nel
disciplinare registrato
(3) Cfr. schema di decreto, Allegato 1
(*) I prodotti “preicartati” sono gli alimenti porzionati e confezionati in un apposito involucro
direttamente presso il punto vendita (per esempio formaggi e salumi acquistati al banco del
supermercato dove l’incaricato taglia la forma di formaggio e affetta il prosciutto). I prodotti
“preimballati” sono confezionati dall’azienda produttrice e distribuiti per la vendita nei negozi e nei
supermercati.
Fonte: www.ilfattoalimentare.it

L’olio di palma fa male alla salute: contiene 4.000 volte più glicidolo (sostanza
genotossica) dell’olio di oliva. I dati EFSA preoccupano. Il parere dell’esperta Chiara
Manzi.
L’olio di palma fa male alla salute: al contrario di quanto sostenuto recentemente
da Nicola Porro sul Giornale.it. Questo perché contiene il glicidolo esterificato,
sostanza considerata cancerogena. Ne contiene quantità sei volte superiori all’olio
di mais e 19 volte superiori rispetto alle miscele di oli vegetali per friggere: 4000 volte
di più dell’olio di oliva. I dati dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA)
sono preoccupanti: in Europa tutti i bambini consumano tale contaminante più
della dose giornaliera tollerabile. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare
(Efsa) si è pronunciata il 3 maggio 2016 sulla questione, pubblicando un dossier che
conferma i possibili rischi sulla salute connessi ad alcune sostanze potenzialmente
cancerogene che si formano durante la raffinazione degli oli vegetali, tra cui anche
l’olio di palma. Stiamo parlando dei contaminanti da processo a base di glicerolo
presenti nell’olio di palma, in altri oli vegetali, nelle margarine e in alcuni prodotti
alimentari. Si tratta dei glicidil esteri degli acidi grassi (Ge), 3-monocloropropandiolo
(3-mpcd), 2-monocloropropandiolo (2-mpcd) e relativi esteri degli acidi grassi.
Secondo il parere dell’Efsa queste sostanze suscitano potenziali problemi di salute
per il consumatore medio di tutte le fasce d’età giovane e per i forti consumatori di
tutte le fasce d’età.
Il gruppo di esperti scientifici dell’Efsa ha esaminato le informazioni sulla tossicità del
glicidolo per valutare il rischio dai Ge, ipotizzando una conversione completa degli
esteri in glicidolo dopo l’ingestione. Quest’ultimo è noto per avere potenziali effetti
cancerogeni e genotossici, cioè la capacità di danneggiare le informazioni
genetiche all’interno delle cellule, un fenomeno all’origine di mutazioni che possono
degenerare in cancro. L’Efsa ha poi messo in relazione il rischio per la salute alle
quantità di contaminanti consumate quotidianamente, concentrando soprattutto
l’attenzione sui più giovani. Non bisogna dimenticare che l’olio di palma, oggi, è
ampiamente utilizzato dall’industria alimentare. Si trova infatti nel pane, nelle
merendine, nei biscotti, ma non solo: anche in creme di vario tipo sia salate che
dolci, negli omogeneizzati e altri prodotti per bambini, nonché in diversi cibi pronti
sia secchi che congelati.
L’olio di palma contiene quantità di:
3-MCPD 6-7 volte superiori rispetto rispetto all’olio di mais, alle miscele di olio

per friggere e almeno 70 volte rispetto all’olio di oliva (1)
2 MCPD 10 volte superiori rispetto alle miscele di olio per friggere, 7 volte
superiori rispetto all’olio di mais e almeno 18 volte rispetto all’olio di oliva (2)
Glicidolo 4.000 volte maggiori dell’olio di oliva. Contiene quantità 6 volte
superiori all’olio di mais e 19 volte superiori rispetto alle miscele di oli vegetali per
friggere (3)
Tabella 1. Gruppo di alimenti utilizzati per la sperimentazione e relative concentrazioni di
contaminanti presenti. FONTE: Efsa Scientific Opinion Adopted: 3 March 2016 doi:
10.2903/j.efsa.2016.4426
Il monocloropropandiolo (2-MCPD) e relativi esteri degli acidi grassi sono da
considerare nefrotossici. Gli studi disponibili in vitro sono limitati, mentre uno studio di
due anni su topi ha dimostrato induzione di tumori su più organi, ma i dati sono
ancora insufficienti per definirlo cancerogeno perché non si conoscono i
meccanismi alla base della tossicità renale e della distruzione di muscoli striati. Il 3-
monocloropropandiolo (3-MCPD) e i relativi esteri degli acidi grassi, sono stati
classificati come possibili cancerogeni. Nonostante alcuni test di genotossicità in
vitro siano risultati positivi, non ci sono ancora prove sicure che sia genotossico in

vivo. Rene, sistema nervoso e testicoli sembrano essere i principali organi bersaglio.
Dal punto di vista della dose, per quanto riguarda i GE, l’EFSA ha utilizzato come
riferimento gli studi fatti sul glicidolo su animali, ipotizzando una conversione
completa degli esteri in glicidolo dopo l’ingestione in quanto mancano dati in vivo
per i suoi esteri. Dato che il glicidolo è stato considerato una sostanza genotossica
non è possibile stabilire una dose giornaliera tollerabile, ma un margine di
esposizione, ottenendo 0,4 microgrammi per kg di peso corporeo al giorno. Quindi
per una persona che pesa 70 kg: 28,5 mcg/die. In 10 g di olio di palma sono
contenuti 39 mcg di glicidolo. Per il 2-MCPD i dati tossicologici sono ancora
insufficienti, quindi non sono state fissate soglie di sicurezza. Servono nuovi studi.Per il
3-MCPD e i suoi esteri degli acidi grassi: la dose giornaliera tollerabile (TDI o DGT) è
0,8 mcg/Kg-PC/die.
Ma come si formano queste sostanze? Si tratta di contaminanti di processo che si
formano durante la raffinazione di oli e grassi vegetali quando, durante la
deodorazione, si raggiungono temperature superiori ai 200°C. Non sono quindi
presenti negli oli non raffinati. Non ci sono indicazioni specifiche in merito e il
meccanismo preciso della loro formazione non è stato ancora chiarito. L’unica cosa
nota è che la formazione di glicidolo non dipende da quella degli acidi grassi
MCPD, i GE (esteri del glicidolo) si formano a partire dai DAG (diacilglicerolo) con il
riscaldamento degli oli vegetali oltre i 200°C. Quando si raggiungono temperature
alte il DAG (diacylglycerol) si trasforma in GE (esteri del glicidolo): quindi tanto più
alto è il contenuto di DAG tanto più alta sarà la formazione di GE. Nell’olio di palma
il DAG è molto più presente rispetto ad altri oli. I livelli di GE negli oli e grassi di palma
si sono dimezzati tra il 2010 e il 2015, grazie a misure adottate volontariamente dai
produttori. Ciò ha determinato una diminuzione importante dell’esposizione dei
consumatori a dette sostanze. In Italia però l’import di olio di palma negli ultimi 5
anni è quadruplicato (dati ISTAT). Contrariamente a quanto è successo per il GE, in
questo caso, la quantità dei contaminanti MCDP nell’olio di palma e negli altri grassi
vegetali è rimasta identica negli ultimi 5 anni.
I livelli di questi contaminanti sono particolarmente alti nell’olio di palma, ma alti
livelli si possono trovare nelle patatine, sulla superficie dei prodotti di pasticceria e
nei biscotti. Inoltre su margarine e nei sughi. Il 3-MCPD è stato identificato per la
prima volta nella produzione di proteine idrolizzate utilizzate come esaltatori di
sapidità e nella salsa di soia. Per quanto riguarda l’olio di palma – o i prodotti –

“biologici”, dobbiamo considerare che il termine biologico si riferisce solo al metodo
di coltivazione, ma non vuol dire che l’olio di palma, anche se biologico, non
subisca la raffinazione. Pertanto considerato che l’olio di palma biologico viene
raffinato, saranno ugualmente presenti i contaminanti di processo.
Tabella 2. Concentrazioni di contaminanti riscontrate in alcuni alimenti. FONTE: Efsa Scientific Opinion
Adopted: 3 March 2016doi: 10.2903/j.efsa.2016.4426
Per i bambini al di sotto dei tre anni, gli alimenti più a rischio sono i latti formulati per
l’infanzia. L’esposizione ai GE dei neonati che consumino esclusivamente alimenti
per lattanti costituisce motivo di particolare preoccupazione, in quanto è fino a
dieci volte il livello considerato a basso rischio per la salute pubblica.

Tabella 3. Livelli di esposizione media ai contaminanti. FONTE EFSA SCIENTIFIC OPINION ADOPTED: 3
March 2016doi: 10.2903/j.efsa.2016.4426
Le industrie, su indicazione dell’Efsa, stanno cercando di studiare nuovi processi di
lavorazione per ridurre la formazione di questi contaminanti. A oggi il problema non
è stato ancora risolto, ma sono disponibili metodi analitici, validati per un ampia
gamma di alimenti, in grado di valutare le concentrazioni di 3-
monocloropropandiolo (3-MCPD), e 2-monocloropropandiolo (2-MCPD).
Considerando che l’olio di palma è ricco di grassi saturi più dello strutto e quanto il
burro, e che l’organizzazione mondiale della sanità OMS ci indica che un consumo
di grassi saturi contenuto è preventivo nei confronti delle malattie cardiovascolari,
sarebbe auspicabile che le industrie alimentari lavorassero alla riformulazione dei
prodotti (biscotti, merendine, snack, creme spalmabili, ecc) non limitandosi a
limitare la formazione di questi contaminanti, ma anche abbassando la quota di
grassi totali, di grassi saturi, di zucchero e di sale nei prodotti, aumentando in essi, nel
contempo, fibre e vitamine. Il consumatore non dovrebbe limitarsi a scegliere
prodotti senza olio di palma: è meglio completare l’opera scegliendo – a parità di
prodotto – quello che ha più fibra e meno zucchero, più vitamine e meno grassi,
dando un occhio anche al sale, spesso abbondante anche nei dolci.
(Articolo di Chiara Manzi - Presidente Associazione per la Sicurezza Nutrizionale in
Cucina)

Si ringrazia per il contributo all’articolo per tutti gli aspetti chimici Vincenzo Brandolini
Ordinario di Chimica degli Alimenti. Dipartimento di Scienze Chimiche e
Farmaceutiche. Università di Ferrara.

(1) 3 -monocloropropandiolo (3-MCPD considerato possibile cancerogeno) e i suoi esteri degli acidi
grassi
(2) 2-monocloropropandiolo (2-MCPD considerato nefrotossico) e i suoi esteri degli acidi grassi

(3) GE (glicidolo esterificato) considerato cancerogeno
Fonte: www.ilfattoalimentare.it
Soda tax: studio Usa scopre ingenti finanziamenti di Coca-Cola, Pepsi per ostacolare
la legge sulle bevande zuccherate chiesta dall’Oms.
Negli ultimi anni un vero e proprio fiume – è il caso di dirlo – di denaro si è riversato
dai grandi produttori di bibite zuccherate, le soda, a centri di ricerca, associazioni
scientifiche, mezzi di comunicazione e in generale a chiunque potesse avere voce
in capitolo, al fine di tenere nascosti gli indiscutibili legami tra i loro prodotti e il
peggioramento planetario delle condizioni di salute dovuto a obesità e sovrappeso.
Il denaro è stato però speso inutilmente, se è vero che alla fine ci si è dovuti
arrendere all’evidenza delle prove contenute negli studi e all’aumento esponenziale
di esseri umani di tutte le età con troppi chili addosso. Per di più anche la stessa OMS
si è schierata in maniera netta e decisa contro qualunque bevanda (o alimento in
genere) che contenga zuccheri aggiunti e, nei giorni scorsi, ha auspicato
l’introduzione di una tassa specifica pari ad almeno il 20%, la tanto discussa soda
tax.
La proposta sembra studiata a tavolino l’uscita dello studio della School of Public
Health dell’Università di Boston sull’American Journal of Preventive Medicine per
sostenere il pronunciamento dell’OMS, e anche se probabilmente non lo è, sarà più
difficile per le lobby delle soda, cercare argomenti convincenti contro una futura
tassa.
Lo studio è infatti il più completo atto d’accusa ai produttori di bevande zuccherate
mai messo nero su bianco e comprovato da decine di fonti più che attendibili,
perché prende in esame non solo la letteratura, ma anche moltissime altre figure
quali associazioni mediche, umanitarie e di consumatori. C’è poi il versante dei
media per la grande diffusione, centri di ricerca e così via. I ricercatori hanno così
identificato, negli ultimi cinque anni, oltre cento casi più che sospetti di “donazioni”
e i comportamenti conseguenti di coloro che ne hanno usufruito. Ecco alcuni
esempi a dir poco clamorosi, ricordati dal New York Times.
Save the Children, l’associazione che si occupa di infanzia, aveva sempre sostenuto
la soda tax, ma nel 2010 ha cambiato idea. Poco prima aveva ricevuto 5 milioni di

dollari dalla Pepsi e chiesto alla Coca Cola altro denaro per sostenere le sue
campagne. Ufficialmente è stata una scelta precisa: si è deciso di concentrare le
iniziative sull’educazione dei bambini, una decisione “non collegata in alcun modo
al denaro ricevuto”.
A New York, l’Academy of Nutrition and Dietetics nel 2012 si era rifiutata di sostenere
la proposta di divieto delle bevande extra large, con la motivazione che gli studi
esistenti sarebbero stati chiari. Nello stesso anno, l’Academy ha accettato 525 mila
dollari dalla Coca Cola, e l’anno seguente altri 350 mila dal colosso di Atlanta. Al
momento non usufruisce di sponsorizzazione da aziende di bevande dolci. Un po’
tardi, verrebbe da dire.
La NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), potente
associazione che rappresenta gli afroamericani, e la sua omologa per gli ispanici
(Hispanic Federation) si sono pubblicamente dichiarate contrarie a iniziative volte a
limitare il consumo delle soda, nonostante il dilagare dell’obesità proprio tra
afroamericani e ispanici. Tra il 2010 e il 2015 la Coca Cola ha dato un milione di
dollari alla NAACP e tra il 2012 e il 2015 più di 600 mila dollari all’Hispanic Federation.
Tra il 2012 e il 2014 l’American Diabetes Association ha ricevuto finanziamenti dalle
aziende di settore pari a 140 mila dollari, così come, tra il 2010 e il 2015, l’American
Heart Association, che ne ha ricevuti 400 mila solo dalla Coca-Cola, mentre i
National Institutes of Health (niente di meno), tra il 2010 e il 2014, hanno accettato
donazioni per circa due milioni di dollari, anch’essi dalla Coca-Cola. L’associazione
dei cardiologi ha dichiarato di essere da tempo impegnata in ogni sforzo per
combattere l’obesità, ma di ritenere che sia indispensabile coinvolgere attivamente
i produttori di soda in questi sforzi. Se poi il coinvolgimento è ben remunerato,
ancora meglio, evidentemente.
L’American Beverage Association ha assunto un atteggiamento pilatesco,
sottolineando il proprio ruolo nel tentativo di capire meglio la complessa questione
dell’obesità, anche se per anni ha negato con ogni mezzo la responsabilità delle
soda nel fenomeno. Dal canto suo, la Pepsi ha preferito mettere in rilievo gli altri suoi
prodotti, ricordando che le soda sono solo un quarto di ciò che esce dai suoi
stabilimenti.
La Coca-Cola infine, che solo pochi mesi fa aveva pagato per uno studio a sfavore
dell’esistenza di un nesso tra le soda e l’obesità, ha deciso di aprire gli archivi,
lasciando così venir fuori l’enorme conflitto di interessi che lei stessa ha alimentato.
Solo nel periodo in esame, e cioè tra il 2010 e il 2015, le sue “donazioni” sono state di
120 milioni di dollari, con una media di sei milioni all’anno – dal 2011 in poi – solo per

le azioni di lobbying contro le eventuali iniziative di legge. La Pepsi, per lo stesso
scopo e nello stesso periodo, ne ha spesi tre all’anno e l’American Beverage
Association (ABA) uno. Nel 2009, però, c’è stata una fiammata, poiché il governo
aveva proposto una legge federale: nell’insieme, i tre protagonisti (Coca, Pepsi e
ABA) hanno speso ben 38 milioni di dollari solo in azioni di lobbying.
E poi c’è un caso, quello di Filadelfia, che illustra bene quanto sia stato inutile questo
sforzo. Nel 2010 il sindaco ha provato a introdurre una tassa, ma la proposta è stata
respinta dal Consiglio Comunale e, subito dopo il voto, le aziende delle soda hanno
fatto una “donazione” di dieci milioni di dollari al locale ospedale pediatrico.
Quest’anno la città ha approvato la legge. E le aziende hanno cercato, senza
riuscirvi, di trascinare il comune in tribunale.
Probabilmente questa vicenda riflette il cambiamento di clima certificato dall’OMS,
che ha appena pubblicato un rapporto nel quale ha invitato tutti gli stati a
introdurre una soda tax non inferiore al 20%, cui corrisponde un calo dei consumi di
pari entità. L’organizzazione ricorda che nessuno avrebbe bisogno di introdurre
alcun tipo di zucchero aggiunto rispetto a quelli già presenti negli alimenti e che il
valore massimo consigliato è il 10% delle calorie assunte, da portare possibilmente al
5%.
La soda tax sarebbe da includere in un’azione globale insieme ad altre misure quali
la tassa sugli alimenti salati e grassi, il sostegno alla vendita di vegetali freschi e alla
diffusione dell’attività fisica e altri provvedimenti di cui si discute in tutto il mondo.
(Articolo di Agnese Codignola)
Fonte: www.ilfattoalimentare.it
Marmellate, conserve e composte.
Quando nelle nostre case mettiamo a cuocere la frutta alla quale aggiungiamo
dello zucchero e magari anche della pectina per favorire l’addensamento noi tutti
siamo convinti di apprestarci a fare una marmellata, però nella maggior parte dei
casi sbagliamo denominazione e non lo sappiamo. A livello domestico possiamo
tranquillamente evitare di scrivere sul barattolo l’esatta definizione della
“marmellata” che stiamo preparando, ma quando la compriamo corriamo il rischio
di perderci e di non capire bene cosa contiene la “confezione” di frutta conservata
è reale.
Questo dipende dal fatto che la produzione e l’etichettatura delle “marmellate” è

regolamentata dalla Direttiva CEE 79/693 recepita dopo “soli” tre anni nel nostro
Paese con il DPR 8.6.82. (cui si rimanda) (link allegato).
Cerchiamo di descrivere nel modo più chiaro possibile quanto riportato dal DPR in
materia di marmellate, confetture, gelatine e la crema di marroni.
Contrariamente a quanto possiamo pensare il termine “marmellate” è molto
limitativo e si può adoperare soltanto per gli alimenti fatti con agrumi e zucchero.
Anche la definizione della crema di marroni è piuttosto esclusiva perché può essere
applicata soltanto ai prodotti fatti con le castagne e lo zucchero.
Le gelatine si ottengono dalla miscela di uno o più succhi di frutta e zucchero e
lavorati fino ad ottenere una consistenza gelatinosa.
Quando sono presenti uno o più tipi di altri frutti dobbiamo parlare di confetture e su
questo punto il DPR diviene quanto mai preciso stabilendo le percentuali dei vari
componenti con la loro esatta denominazione. In pratica quando pensiamo di
acquistare una comune marmellata in realtà stiamo comprando una confettura.
Nell’ambito delle confetture possiamo imbatterci nelle “composte” che, anche se
non citate nel DPR 8.6.82, convenzionalmente sono dei prodotti a basso livello di
zucchero aggiunto; in questi casi può capitare di trovare dei prodotti con la dizione
“senza zucchero” o, più correttamente, “senza zucchero aggiunto”. Questo significa
che è presente soltanto lo zucchero della frutta (fruttosio principalmente) che
comunque ha lo stesso valore calorico dello zucchero comune (saccarosio).
Nei vari preparati è possibile aggiungere degli additivi alimentari; tra questi può
essere anche utilizzata l’anidride solforosa. La sua eventuale presenza deve essere
indicata nella etichetta in quanto si tratta di un allergene che potrebbe creare
problemi alle persone sensibili.
Ritornando brevemente al DPR che è indirizzato soprattutto ai produttori, è
interessante notare la descrizione dei frutti con nomi forse sconosciuti alla
maggioranza di noi tutti e la cui comprensione richiede una ricerca sui motori di
internet. Ad esempio si cita l’”acagiu” che è poi l’”anacardo”; o anche la
“granidiglia”, ovvero il frutto della passione. E’ pure possibile apprendere che i
“cinorrodi” sono le bacche delle rose.
In conclusione quando acquistiamo una marmellata di ciliegie o di frutta mista, in
effetti stiamo comprando una “confettura” e lo possiamo sapere soltanto leggendo
l’etichetta! (Dal blog di Agostino Macrì)
Fonte: www.sicurezzalimentare.it
Controlli ufficiali, il Consiglio europeo adotta l’accordo.

Dopo un primo voto del Parlamento europeo a giugno, il Consiglio agricolo in
Lussemburgo ha formalmente adottato la bozza sui Controlli Ufficiali, che dovrebbe
portare un po' di novità a livello europeo. Il testo è stato approvato a larga
maggioranza, con l’astensione austriaca, dopo consultazioni e cambiamenti nel
corso degli ultimi anni. Una novità subito apprezzata è quella che il testo diminuisce
la dipendenza dei controlli dalle casse pubbliche, con libertà da parte degli Stati
membri di decidere. Allo stesso modo, le multe sono decise a livello degli Stati
membri, pur dovendo essere sufficientemente dissuasive. Le autorità pubbliche
potranno inoltre rendere disponibili all’esterno le informazioni dei controlli, qualora
venga dato diritto di replica e commento agli operatori del settore. Entro il prossimo
gennaio ci si attende un voto finale del Parlamento europeo, ma vi è un ampio
numero di atti delegati e di implementazione.
Punti caldi. Resistenza microbica
Si riconosce che “malattie zoonotiche, incluse quelle causate da microoranismi che
hanno acquisito resistenza agli antibiotic, possono avere un notevole impatto di
salute pubblica e di sicurezza alimentare, nonchè di salute animale. Per assicurare
elevati standard di salute pubblica ed animale in Europea, sono stabilite norme in tal
senso. La conformità a queste norme dovrebbe essere soggetta ai controlli ufficiali,
includendo le regole per controllare la resistenza agli antibiotici".
Benessere animale anticamera sicurezza alimentare
Con un passaggio rilevante inoltre, si riconosce che il benessere animale, già dovuto
per motivi etici (art. 13 de Trattato dell’Unione), porta benefici di qualità e sicurezza
alimentare degli alimenti di origine animale.
Indipendenza e terzietà dei controllori
Lo staff deputato ai controlli dovrà avere caratteristiche di terzietà e assenza di
conflitti di interesse rispetto ai controllati.
Analisi ripetibili a tutela delle imprese
Viene inoltre confermato il presupposto, già contenuto nel reg. 882/2004, della
possibilità per gli operatori di condurre analisi di controprova rispetto ai reperti
ufficiali, al fine di escludere le risultanze emerse in prima battuta.
Il testo: http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-12175-2016-ADD-
1/en/pdf
Fonte: www.sicurezzaalimentare.it