entrare un frate in Pistoia, il quale per parte loro promise le più belle
cose del mondo a quel popolo, di maniera che parte per la fame,
giunta quasi all'estremo, e parte pel dolce suono delle esibite
vantaggiose condizioni, renderono infine la terra nel dì 10 d'aprile
[Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Niuna promessa fu loro attenuta; anzi
un terribile strazio si fece di quell'infelice città. Divisero i Fiorentini e
Lucchesi fra loro il contado, atterrarono tutte le mura e fortezze della
città, e ne spianarono le fosse. Infierirono ancora contro i palagi e le
case dei Ghibellini e Bianchi, diroccandole: in una parola, restò
Pistoia uno scheletro, e sotto l'aspro governo de' vincitori. Venne in
Italia il cardinal Napoleone, e, udita la resa di Pistoia, ne fu molto
dolente. Andossene a Bologna per rimetter quivi la pace e gli usciti.
Anche ivi lavorarono sottomano i Fiorentini [Dino Compagni, lib. 3, tom. 9
Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], con far giocare danaro, e
indussero que' maggiorenti ad opporgli un trattato pregiudiziale allo
stato loro. Perciò nel dì 22 di maggio commosso il popolo a rumore,
colle armi in mano corse al palazzo del legato con tal furore e
minaccie, che gli convenne sloggiare, e furono morti alcuni di sua
famiglia, e rubata, nell'andarsene, buona parte de' suoi ricchi arnesi.
Pien di vergogna e rabbia si ritirò il cardinale ad Imola, e, quivi
stando, nel dì 24 di giugno [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] scomunicò i
rettori ed anziani di Bologna, mise l'interdetto alla città, la privò dello
Studio, con dichiarare scomunicato chi v'andasse a studiare: il che fu
la fortuna di Padova, perchè tutti gli scolari passarono allo Studio di
quella città. Aveva egli fatto sapere anche a' Fiorentini di voler
visitare la lor città, per liberarla dall'interdetto e dalle censure. Gli fu
fatto intendere che non s'incomodasse, perchè per allora non aveano
bisogno di sue benedizioni: con che restò egli nemico ancora di
Firenze, e riconfermò l'interdetto e l'altre pene spirituali, delle quali
erano già aggravati. Signori di Bertinoro in questi tempi erano i
Calboli, e faceano mal governo. Alberguccio dei Mainardi, aiutato da'
Forlivesi e Faentini, nel dì 6 di giugno prese la terra; ed essendosi
ritirati i Calboli nel Girone, por mancanza di vettovaglia, furono
astretti a renderlo, salve le robe e le persone. Secondo la Cronica
Forlivese [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], passò quella nobil terra in
potere del comune di Forlì. Una somigliante disgrazia accadde a